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martedì, Ottobre 4, 2022

La testimonianza dissacrante di Mario Tobino sul colonialismo e la guerra in Libia

Il “Libro della Libia”, pubblicato in appendice a “Il deserto della Libia”, era un’inedita autobiografia di Mario Tobino che arricchiva e completava uno dei volumi più intensi del medico-scrittore.  Tutto questo dopo avere dato alle stampe le sue opere scelte nella collana dei “Meridiani”, i classici di Mondadori. Un ritorno di fiamma verso “Il figlio del farmacista” che lo si deve soprattutto all’opera di promozione da tempo attuata dalla “Fondazione” a lui intestata che fra l’altro ha contribuito a portare avanti – anche sotto l’impulso della nipote Isabella Tobino – il restauro di quella parte dell’ex-Ospedale Psichiatrico di Maggiano in cui Mario Tobino visse gran parte della sua vita come medico, primario e infine direttore del reparto femminile. Comunque uno degli scrittori più prestigiosi del secolo scorso.

Ebbene, dopo una parentesi di silenzio forse durata troppo a lungo, Mario Tobino tornò alla ribalta in modo perentorio con la ristampa – appunto – dei due volumi sopracitati e di altri che appartengono ai suoi esordi narrativi. In modo particolare per avere finalmente potuto mettere l’occhio sulle pagine inedite de “Il libro della Libia” che nella sua realistica descrizione di soldato-medico gettato nel deserto libico, apre la strada per una più meditata lettura del romanzo che nella ristampa lo precede. Un romanzo, “Il deserto della Libia”, che è di sicuro, con il già citato “Le libere donne di Magliano”, “La brace dei Bissoli” e “L’angelo del Liponard”, una delle opere più significative della narrativa tobiniana.

Avendo infatti la possibilità di comparare l’immediatezza di una vita vissuta mentre la si sta scrivendo, con la sua rivisitazione a distanza di tempo, “Il deserto della Libia” ci viene incontro in una dimensione solo apparentemente distaccata, perché conserva de “Il libro della Libia” l’humus originario e implicitamente ne dichiara l’indissolubilità fra i due scritti. In sostanza, quindi, non si tratta di due facce della stessa medaglia, ma la logica e meditata descrizione di uno stesso tema attraverso la separazione del tempo. Un Tobino, quindi, che rivisita se stesso attraverso una scrittura più meditata, in alcune parti addirittura più poetica, di sicuro capace di far rivivere nell’attualità un’esperienza che – guardandola oggi – non è stata solo tragica, ma anche e soprattutto tragicomica, se si pensa alle pagine dove l’autore si sofferma sui modi e sui termini con cui i soldati italiani furono mandati a combattere in Libia. Quindi una rivisitazione dell’improvvisazione con cui l’Italia fascista si avventurò in una guerra che, si può dire, era perduta in partenza. 

Testimone oculare di una preparazione inefficiente, se non addirittura inesistente, Mario Tobino in questo volume narra la sua inconcludente esperienza in una terra dove Mussolini mandò i contadini a coltivarla quando nel sottosuolo fluttuava il così detto oro nero. Da questa splendida testimonianza su di una realtà a dir poco sconvolgente, venne tratto il film “Scemo di guerra” con la regia di Dino Risi, dove il comico Beppe Grillo impersonava l’autore del libro trasposto nel personaggio del sottotenente medico Lupi che si ritrova nel reparto dello psicotico capitano Pilli. La pellicola però non era del tutto aderente alla realtà della scrittura, così come il personaggio riferito a Tobino. Neppure del resto Marcello Mastroianni, nelle vesti del dottor Anselmo (Mario Tobino) protagonista del film di Mauro Bolognini “Per le antiche scale”, riuscì a rendere appieno la figura dell’autore del libro malgrado l’ottima interpretazione. Forse anche a questo si deve la disillusione del medico-scrittore quando, dopo una lunga meditazione, Federico Fellini non se la sentì di fare un film su “Le libere donne di Magliano” perché più o meno disse che “queste donne potevano esistere solo nel libro”

Mario Pellegrini 

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