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lunedì, Marzo 4, 2024

Le “marmitte dei giganti” del Monte Sumbra, un patrimonio geologico da tutelare e valorizzare

La conservazione e la tutela dell’ambiente sono entrate da oltre due anni a far parte, come aggiunta all’articolo 9 dei Principi fondamentali della Costituzione per voto unanime del Parlamento o quasi (ancora ci farebbe piacerebbe conoscere il nome di quell’unico deputato che ha votato contro). In origine infatti questo articolo recitava così: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio artistico della Nazione”.

Di conseguenza ecco che in questa aggiunta all’articolo 9 rientra la catena montuosa, in gran parte di natura calcarea, chiamata Alpi Apuane. Tra le innumerevoli peculiarità naturali che ne fanno, oltre che una università a cielo aperto, un’autentica miniera di fenomeni geomorfologici, una particolare menzione deve essere rivolta alle “marmitte dei giganti”. Si tratta di un fenomeno del tutto particolare che caratterizza il monte Sumbra che, con il monte Corchia sull’altro lato, domina l’alta valle del nascente torrente Turrite.

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L’origine di questo fenomeno, costituito da depressioni cuneiformi a cerchi concentrici e dall’andamento a spirale, è da collocarsi verso la fine dell’era quaternaria e più specificatamente al termine dell’ultima glaciazione del periodo (Wurmiano). In quel periodo i ghiacciai che ricoprivano tutta la catena ebbero a subire un progressivo scioglimento a causa del continuo elevarsi della temperatura, tanto da formare innumerevoli corsi d’acqua di natura torrentizia che precipitavano a valle lungo gli impluvi di maggior pendenza. Nel trascinare a valle tutto ciò che ostacolava il loro passaggio, non esclusi i grossi frammenti di pietre che si staccavano dalle rocce meno compatte, questi corsi d’acqua incontravano anche ostacoli insormontabili di  modo che si verificavano dei mulinelli che spingevano al centro – per la forza centripeta – tanto i ciottoli più piccoli quanto i massi di grosse dimensioni, i quali – ruotando su se stessi – agivano come autentiche trivelle.

Ora c’è da considerare che la conformazione geologica del Sumbra è in basso di natura calcarea, mentre in alto è di natura silicea, quindi molto più compatta dell’altra. Le pietre silicee ebbero quindi buon gioco nei confronti del terreno calcareo verso cui precipitavano a fortissima velocità, tanto da formare quegli avvallamenti cuneiformi che per la loro caratteristica e per la loro relativa grandezza sono stati chiamati, appunto, “marmitte dei giganti”. Come a sintetizzare la forza ciclopica che fu necessaria perché potessero arrivare a quelle dimensioni che ancora oggi caratterizzano quelle poche che hanno resistito al progressivo cambiamento dell’ambiente e non ultimo l’assalto dell’uomo. Si tratta di quelle che si trovano nei canaloni del Fato Nero e dell’Anguillaia che sono  ben visibili dalla provinciale che collega la Versilia alla Garfagnana).

Si tratta degli ultimi esemplari che è stato possibile salvare per l’intervento prima delle sezioni apuo-versiliesi di “Italia Nostra” e quindi di quello – determinante – della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Pisa, che fu in grado di bloccare l’avanzare del fronte estrattivo delle cave di marmo. Sta di fatto, pertanto, che è necessario vigilare attentamente sulla salvaguardia degli ultimi esempi di questo fenomeno geomorfologico, sia attraverso un’ipotetica sorveglianza assidua ed efficace, ma soprattutto con una sensibilizzazione costante nei confronti di coloro che si calano al loro interno e poi le risalgono come una comune parete rocciosa.

Ma al di fuori e al di sopra di queste normali considerazioni, riteniamo giusto e doveroso insistere non soltanto nella tutela delle “marmitte dei giganti”, ma anche sull’opportunità che vengano conosciute da una cerchia sempre più vasta di persone, perché si recano a vederle soltanto coloro che sanno che esistono. Questo al fine di propugnare una maggiore conoscenza delle caratteristiche, più uniche che rare, che arricchiscono gran parte della catena apuana, come appunto il monte Sumbra, la cui base calcarea è sovrastata dalla componente silicea che si manifesta per la vetta rotonda, al confronto di quella aguzza dei monti calcarei, cioè della stragrande maggioranza delle Alpi Apuane.

Mario Pellegrini

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